Sgomberi, ruspe, cantieri.
Turisti, b&b, telecamere, studentati di lusso, posti di blocco. Progetti di riqualificazione che creano profitto per fondi di investimento privati, programmazioni culturali decise dall’alto, realtà indipendenti che chiudono. Tavoli di co-progettazione che partono a contratti già siglati, spazi assegnati e mai regolarizzati. E così a Roma si cancella tutto il bello che l’ha sempre animata: le energie collettive, i percorsi dal basso, l’autorganizzazione, le lotte, la solidarietà, la sperimentazione.
La sua riottosità, inaddomesticabile. Dalla fontana di Trevi chiusa da cancellate agli spazi sotto sgombero. Dal centro storico all’ Esquilino all’Ostiense e viale Marconi, da Roma Est alle periferie del Quarticciolo, Laurentino38, Ostia, siamo sotto assedio.
In quale città si stiamo vivendo?
Come la immagina chi la governa?
In questo scenario, al Mattatoio di Testaccio sta sorgendo “La città delle arti”, il “più grande centro culturale d’Europa”, gestito da una nuova Fondazione appositamente creata.
Ma le arti dove sono? E la città?
Rendering e masterplan descrivono un contenitore in cui l’idea artistica e culturale è invisibile (o assente?). Qual è il progetto? Chi lo sta immaginando? Nella totale assenza di informazioni pubbliche e accessibili, la comunità artistica non è interpellata.
Oggi vogliamo parlare del Mattatoio perché è una città dentro la città, in trasformazione, e questa trasformazione ci riguarda tutt.
Uno spazio selvatico, liberato e occupato negli anni ‘70, attraversato da sperimentazione e culture indipendenti – il Festival Miseria 81, la nascita del Mucca Assassina, progetti come Zone Attive, Enzimi, la Biennale dei giovani artisti d’Europa e del Mediterraneo (1999), Fà l’Estate Giusta – Estate Romana dei centri sociali / R.I.O.T – Rete Itinerante Occupazioni Territoriali (1998), Dissonanze… E poi il Centro anziani occupato, il Villaggio Globale, Ararat – spazio della comunità curda –, gli accampamenti lungo il fiume, la Scuola Popolare di musica di Testaccio.
Sede negli ultimi 10 anni da grandi istituzioni culturali – Palaexpo, Roma Tre, Accademia di Belle Arti –dal 2022 è un cantiere a cielo aperto che vuole far spazio a un progetto di riqualificazione atteso da decenni. Presunto fiore all’occhiello di questa amministrazione. Nell’involucro contemporaneo di affascinanti spazi industriali riconvertiti alle arti, è assordante la mancanza di visione artistica, di pratiche partecipative, di un’idea di città che sappia far spazio a chi la vive. Food invece che di immaginazione. Centri di fotografia fuori tempo massimo invece che spazi transdisciplinari.
Si invoca il modello Milano: hub culturali, city branding, engagement, riqualificazione, termini scintillanti usati come formule magiche.
Ma la cultura non è un accessorio del marketing urbano. Non è la bella faccia delle operazioni immobiliari. Questa città e le sue comunità non sono affittacamere per grandi eventi.
Abbiamo bisogno dell’ennesimo “incubatore” per lo sfruttamento di lavoro precario? Dell’ennesima istituzione culturale gestita da cooperative o da partecipate di Roma Capitale che sottopagano senza garanzie? Di un altro spazio perfetto da affittare a brand di moda e multinazionali?
Vogliamo parlare del Mattatoio per dire ancora una volta del lavoro artistico e culturale, povero e precario, in connessione con tutti gli spazi indipendenti minacciati, sgomberati o oggetto di progetti speculativi.
Proprio ora, mentre il mondo brucia sull’orlo di una guerra globale, dobbiamo avere il coraggio di immaginare altre istituzioni: popolate, vive, partecipate, solidali, calde. Che rifiutino il paradigma dominante della logica del profitto e diano vita a un welfare di comunità, distribuito e diffuso.
Immaginiamo il Mattatoio abitato da artist^, compagnie, associazioni, persone – non spartito ma condiviso.
Con una visione ampia della biodiversità culturale: dallo spazio alle residenze ai centri di produzione agli spazi per il pubblico, per la ricerca, per la formazione, la socialità oltre il consumo, in condizioni di lavoro sostenibile.
Se il governo parla la lingua dell’ordine e della repressione, chi amministra la città non cerca alternative oltre la logica della speculazione, dell’intrattenimento, del consenso elettorale.
Una pericolosa combinazione che distrugge tutto quello che resiste.
Che sia un obiettivo o un effetto collaterale, ciò che oggi è a rischio è la nostra agibilità politica e sociale.
Cosa desideriamo? Cosa immaginiamo?
Di cosa abbiamo bisogno?
Vogliamo Reddito universale e incondizionato, vogliamo occupare immaginari e opporre narrazioni.
Vogliamo fatti selvaggi.
