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  • inviperite


    Siamo dentro la Circola dellə artistə di Roma!
    Venite tuttə, ci riprendiamo insieme questo spazio pubblico destinato alla cultura e alla socialità, chiuso da anni per una giornata di assemblea.

    PROGRAMMA

    Lunedì 21 luglio 
    h 11:00 conferenza stampa
    h 16:00 assemblea cittadina
    h 19:00 ASSEMBLEA NAZIONALE  ONLINE con le città


    RAGGIUNGETECI! Via Casilina Vecchia 42



    ————————- COMUNICATO —————————–


    L’assemblea delle lavoratrici e dei lavorat^ dello spettacolo Vogliamo Tutt’altro ha occupatola CIRCOLA DELLƏ ARTISTƏ a Roma !

    Oggi 21 Luglio, nella giornata dell’Assemblea Nazionale convocata del basso da lavoratrici/tori dell’arte e dello spettacolo, abbiamo occupato uno spazio pubblico, l’ex-Circolo degli Artisti destinato alle arti dal vivo, simbolo di socialità e chiuso da anni, per convocare un’assemblea aperta alla città e a tutt^ coloro che lavorano nel campo delle arti performative, della cultura, del cinema, dell’università, della scuola, dell’editoria, dei beni culturali. La cultura in questo paese è sotto attacco, e chi ci lavora
    sempre più precari^ e vulnerabile.

    Dalle 16:00 assemblea cittadina e dalle 19.00 si svolgerà online l’assemblea nazionale– 16 città hanno organizzato assemblee in presenza, che si svolgeranno simultaneamente nel corso della giornata.

    È l’inizio di una nuova fase di mobilitazione, che si espande anche a livello nazionale e che vuole parlare oltre il settore culturale.
    Occupiamo questo spazio per ribadire che la cultura non è un privilegio delle élite, ma un diritto di tutte e tutti e che per questo deve essere sostenuta e finanziata pubblicamente;
    che la cultura è un lavoro, non solo una passione, e che deve essere retribuito e sostenuto con forme di welfare.

    Ogni forma di controllo e di manipolazione sulle forme, i
    contenuti e le estetiche delle nostre opere e delle nostre pratiche è inaccettabile.
    Questo Governo e questo Ministero intendono imporre la loro visione del mondo – odiano la trasformazione, tutto ciò che è molteplice, i mondi futuri e futuribili che i nostri lavori
    prefigurano e che i nostri corpi già praticano in reti di alleanze materiali. Il messaggio è chiaro: i temi di cui occuparsi sono Dio / Patria / Famiglia.

    Denunciamo i tagli e i declassamenti effettuati dalle Commissioni contro teatri, festival, compagnie e progetti di formazione che da anni animano l’ecosistema culturale del paese, e che offrono migliaia di posti di lavoro ad artiste, tecniche, addetti alla comunicazione, curatrici, grafici, videomaker, fotografi, studiose. Si stima una perdita tra le 30.000 e le 50.000 giornate lavorative, in uno scenario di precarietà sistemica che segnaliamo da anni.

    A fronte di questo licenziamento di massa l’unica risposta possibile è occupare i luoghi del lavoro. Ce lo hanno insegnato le lotte del passato e quelle del presente, i collettivi di
    fabbrica, la GKN.

    Liberiamo temporaneamente questo pezzo di città anche per riaffermare la necessità di politiche culturali a Roma in grado di valorizzare il ricco ecosistema artistico che la città esprime e fare fronte agli attacchi delle destre. Se questa vivacità sopravvive è grazie a spazi indipendenti, reti informali e circuiti che resistono fuori dalle logiche dell’intrattenimento mainstream, non certo grazie al farraginoso sistema di bandi, di cui da anni dichiariamo le criticità. Da che parte sta l’amministrazione comunale? È tempo di un segnale chiaro.


    Quelli contro il mondo dello spettacolo sono attacchi mirati e vendicativi, che rivelano la loro natura ideologica. Come ha ben evidenziato il rapporto C.Re.S.Co. – Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea, presentato recentemente alla Camera, la domanda per il finanziamento pubblico ha accentuato i criteri quantitativi, svilito il respiro internazionale e di fatto cancellato il valore del rischio culturale, che “è tra le ragioni
    fondanti del finanziamento pubblico alla cultura, ciò che le permette di distinguersi dal mero intrattenimento commerciale”.

    Oggi occupiamo perché non esiste un Anno Zero della cultura, come vorrebbe il ministro Giuli. Siamo nell’anno 2025 e rigettiamo le visioni messianiche e egemoniche del Ministro.


    Occupiamo questo spazio per riaffermare la nostra opposizione al riarmo, all’economia bellica, al prelievo di risorse dai settori del welfare e della cultura per finanziare guerre, occupazioni, genocidi, e tutti i progetti imperialisti che abitano le menti distopiche degli oligarchi. Siamo con la Palestina, dal fiume fino al mare, e oltre.

    Occupiamo in complicità con le precarie delle università, con gli insegnanti delle scuole, con le lavoratrici dei beni culturali, dei musei, dei siti archeologici, perché ci è chiaro il processo di smantellamento materiale e simbolico dei settori arte-scuola-cultura che questo governo sta operando congiuntamente.
    L’attacco al pensiero critico in tutte le sue forme e infrastrutture, le politiche coloniali filosioniste e la crisi socio-ambientale, i decreti sicurezza e lo stato di precarietà di tanti
    lavoratori e lavoratrici: i piani sono tutti collegati – e disegnano però le nostre alleanze, che stiamo già iniziando a costruire.

    Denunciamo lo stato di disastro culturale. Questa azione non è che l’inizio di una intensa stagione di scioperi, di ricorsi e di mobilitazioni, di occupazioni di teatri, musei, scuole e
    università su scala nazionale.

    Siamo inviperite:

    contro tagli e guerre,

    i nostri corpi desideranti!

    Vogliamo Tutt’Altro
    assemblea di lavorat^ dell’arte e dello spettacolo in lotta


  • SIAMO PIU’ DI 2000 / VOGLIAMO TUTT’ALTRO

    Ieri, 7 luglio, è stata una giornata straordinaria. In tutta Italia, oltre 2000 persone – in presenza e online – si sono incontrate per dare vita a un processo nuovo, potente, collettivo. Comincia la mobilitazione nazionale delle lavoratrici/ori dello spettacolo dal vivo.

    Sono nate 16 assemblee simultanee a Roma, Milano, Genova, Bologna, Ferrara, Dro, Santarcangelo di Romagna, Lecce, Bari, Palermo, Cagliari, Sassari, Venezia, Catania, Napoli collegate tra loro in un unico momento nazionale e più di 1000 singole/i connessi da remoto. Dalle metropoli ai piccoli centri, si è sollevata una voce collettiva: un desiderio urgente di confronto, di connessione, di lotta. Hanno preso parola singolə artistə, lavoratorə dell’arte e dello spettacolo, collettivi, compagnie teatrali, festival indipendenti, spazi culturali e teatrali, realtà attive nella difesa dei beni comuni e del sapere pubblico: lavoratorə dei beni culturali, del cinema, dell’università, assemblee studentesche e precarie, attivistə per la Palestina, ma anche assessori regionali e locali e associazioni di categoria come Cresco o reti informali con la rete dei festival italiani. Erano presenti e sono intervenuti anche i tre commissari dimissionari delle commisione ministeriale Teatro e multidisciplinare Pastore, Cassiani, Grassi. Un fronte ampio, plurale, determinato e consapevole.

    L’attacco in corso al settore culturale non è un incidente né una svista. È parte di un disegno politico reazionario, che investe l’università, la scuola, i media, ogni spazio dove si produce pensiero critico. Un progetto reazionario che si riflette su scala internazionale – lo vediamo negli Stati Uniti, in vari Paesi europei – ma che in Italia si concretizza in modo feroce sotto la regia dell’estrema destra al governo.

    Fin dall’inizio dell’attuale legislatura, la destra ha dichiarato la volontà di fare “l’anno zero” della cultura, di smantellare il sistema esistente per ricostruirlo secondo una nuova egemonia culturale, conservatrice, patriottica, conforme ai propri valori politici. Con l’assegnazione dei fondi triennali per lo spettacolo dal vivo (FNSV) si compie  un attacco ideologico, preciso, puntuale e  mascherato da riforma tecnica. È una strategia di controllo, che mira a ridurre la libertà artistica  tagliando i finanziamenti a tutto ciò che non rientra in una visione funzionale al potere. Mentre si invocano razionalizzazioni e merito, si tagliano i fondi alle forme più vive, sperimentali, critiche, si colpiscono le soggettività autonome, indipendenti, le realtà che producono pensiero libero e conflitto sociale. Non è un errore, è un disegno preciso. Una manovra chirurgica che colpisce tutto ciò che è critico, autonomo, indipendente, tutto ciò che produce conflitto, immaginazione, libertà.

    Per questo il 7 luglio non è una semplice mobilitazione: è un atto politico, un sollevamento necessario. È la risposta collettiva all’autoritarismo culturale. La presa di parola è solo l’inizio, serve ora costruire una forza comune capace di incidere, di proporre alternative radicali, di immaginare un’altra distribuzione delle risorse, un’altra idea di valore.

    È il momento di riaprire il tema del reddito di continuità per chi lavora nella cultura. Non possiamo più accettare la precarietà strutturale, l’intermittenza imposta, l’assenza totale di tutele. Serve una trasformazione reale delle condizioni materiali, serve dignità, riconoscimento e diritti per tuttə coloro che generano pensiero, bellezza, memoria collettiva. E serve generare una nuova visione di teatro pubblico libero, critico, necessario, che si opponga a quella illiberale e commerciale delle destre.

    Il 7 luglio è stato solo un primo passo. L’invito è a moltiplicare le assemblee aperte, a costruire spazi di confronto reali, a immaginare nuove forme di alleanza tra chi rifiuta questo presente e desidera un’alternativa. Si apre oggi una lunga stagione di lotta. NON E’ CHE UN INZIO.

    IG: https://www.instagram.com/assemblea_lavorat_spettacolo/Mail: vogliamotuttaltro@gmail.com