Author: assemblea

  • 12 Giugno – Per uno sciopero della cultura


    cinque punti di partenza e rivendicazione


    “La cultura è il petrolio d’Italia” si dice da anni. Noi diciamo invece che la cultura non è petrolio, perché non è una materia prima che ci ritroviamo per caso e che ci basta estrarre e vendere: la cultura viene “fatta”, tutelata e trasmessa ogni giorno dalla miriade di lavoratori e lavoratrici dei settori creativi e culturali. Lavoratori e lavoratrici il cui contributo e la cui professionalità sono sistematicamente sminuiti, a livello economico e giuridico, favorendo una generale condizione di precarietà, povertà e incertezza, mentre i profitti vanno nelle tasche di pochi.

    Siamo coscienti che l’impoverimento del lavoro in Italia si estenda ben oltre i settori culturali e creativi: l’Italia è attualmente l’ultimo Paese tra i membri del G20 in termini di crescita salariale, con salari reali in calo continuo, che hanno registrato una diminuzione sia rispetto al 2008 (-8,7%) sia rispetto ai livelli degli anni Novanta (-3%).

    Il lavoro culturale in senso ampio è costituito da una grande eterogeneità di figure professionali con formazione, retribuzioni e inquadramenti contrattuali differenti: dal mondo della tutela alle professioni museali, dalle professioni dello spettacolo dal vivo, dell’arte contemporanea e del cinema all’editoria e al turismo, solo per citarne alcune.

    A dispetto di questa enorme eterogeneità, lavoratrici e lavoratori creativi e culturali condividono le condizioni in cui operano: sopportano forme di sfruttamento e ricatto, con condizioni e turni spesso massacranti, percepiscono retribuzioni troppo basse e hanno un sistema previdenziale inadeguato.

    Questa frammentazione profonda, conseguenza dell’introduzione di una pletora infinita di inquadramenti negli ultimi vent’anni, ha portato a una competizione interna e a una individualizzazione dei problemi, che per questo sono rimasti perlopiù irrisolti.

    Vogliamo ricucire questa divisione perniciosa e dire che non si tratta di problemi individuali o settoriali, ma sistemici, che necessitano di riforme più ampie e un finanziamento strutturale del settore della cultura.
    In una fase in cui le guerre si moltiplicano e si programma l’aumento degli investimenti per il riarmo (fino al 5% del Pil), chiediamo con forza di dirottare queste risorse – oltre che su sanità, servizi sociali, istruzione e transizione energetica – anche verso il mondo della cultura e dello spettacolo, per garantire a chi vi lavora dignità e pieni diritti e a chi ne fruisce qualità e continuità dei servizi.

    L’accesso all’arte e alla cultura è un diritto di tutta la cittadinanza, esattamente come il diritto alla salute, all’istruzione e alla sicurezza idrogeologica del territorio. Investire sugli armamenti le poche risorse dell’Italia mina l’accesso a questi diritti.

    Una piattaforma che mette al centro la dignità del lavoro e delle singole persone non può ignorare il genocidio perpetuato dallo Stato di Israele ai danni del popolo palestinese, né l’escalation di violenza e prevaricazione che sta esercitando verso gli Stati limitrofi e l’Iran. Non è accettabile che venga concesso agli stati sopraffattori spazio e riconoscimento all’interno di occasioni internazionali pubbliche, come la Biennale di Venezia che sta tornando a essere una passerella per le nazioni.

    Lo scorso autunno, migliaia di lavoratori e lavoratrici sono scesi in piazza per sostenere la missione umanitaria della Global Sumud Flotilla e denunciare la complicità del governo italiano con lo stato genocida di Israele. Tante lavoratrici e lavoratori, anche del settore culturale, hanno scioperato e contribuito ad aumentare la consapevolezza, individuale e collettiva, che lo sciopero è un diritto, uno strumento rivendicativo, ma anche un potente mezzo di espressione del dissenso. Fermare la produzione, il profitto, significa indebolire il potere di chi usa la forza per sottomettere e annientare, che sia uno Stato, o un datore di lavoro.
    Quest’anno, la Biennale Arte di Venezia ospiterà il Padiglione Israele, dopo che grazie alle pressioni era rimasto chiuso per due annualità (2024-2025): non solo, per il 2026 assegna a Israele una nuova sede all’Arsenale, motivata dalla chiusura per ristrutturazione del padiglione ai Giardini, una scelta che rafforza l’accordo con lo Stato israeliano e aggrava la posizione dell’istituzione.

    La presenza del padiglione israeliano alla Biennale Arte di Venezia non è dunque un episodio isolato, ma si colloca pienamente dentro un modello di rilancio economico fondato sulla guerra, sulla militarizzazione dell’economia e sulla svalorizzazione del lavoro. Ad aggravare il quadro è il doppio standard esercitato dall’Unione Europea e dal Ministero della Cultura italiano, che minacciano il taglio dei fondi e accusano la Biennale per la reintroduzione del padiglione russo, mentre le responsabilità di Israele nel genocidio in Palestina, riconosciute dalla Corte Penale Internazionale, e nell’allargamento del conflitto in Medio Oriente non sembrano meritare provvedimenti altrettanto risoluti né parole di analogo sdegno.


    1. Riconoscimento e dignità del lavoro culturale


    Il lavoro culturale e creativo è anzitutto lavoro, e come tale deve essere riconosciuto.
    Per questo reputiamo necessaria la regolamentazione di tutte le figure professionali del settore, sia del lavoro subordinato sia di quello autonomo, come presupposto basilare per invertire la narrazione che le paragona a un “hobby” e ne sminuisce la professionalità.
    Crediamo che il riconoscimento e la dignità del lavoro culturale e creativo debbano essere garantiti da una serie di condizioni fondamentali quali:
    La regolamentazione del volontariato e degli stage negli ambiti culturali, perché il volontariato e la formazione non devono mai sostituire il lavoro. L’utilizzo di persone senza adeguata retribuzione o competenze, attraverso forme mascherate di impiego, equivale a lavoro non pagato, rivela la mancanza di investimenti in personale qualificato e implica il taglio del costo del lavoro e l’indebolimento della forza contrattuale.
    L’incremento delle assunzioni nel Ministero della Cultura e nelle pubbliche amministrazioni in cronica carenza di organico, nonché l’adeguamento delle retribuzioni del suo personale dipendente.
    Il superamento del sistema degli appalti e delle concessioni sdoganato dalla Legge Ronchey (4/1993) e la reinternalizzazione dei servizi culturali.
    L’eliminazione delle false Partite IVA, lo stop all’utilizzo del lavoro autonomo come strumento di ribasso e precarizzazione e più diritti per chi svolge la propria attività in regime di libera professione. Servono, inoltre, più controlli da parte dell’Ispettorato del lavoro, da anni impossibilitato a espletare correttamente le sue mansioni per organico insufficiente.
    La stabilizzazione del precariato nel settore della ricerca e il riconoscimento delle attività/fasi di ricerca e aggiornamento, in ogni ambito – universitario, culturale, artistico – come attività lavorativa.
    Il superamento della Legge 182/2015, che inserisce l’apertura e la sorveglianza dei luoghi della cultura nei servizi pubblici essenziali, predisposta solo per limitare il diritto di sciopero e la forza conflittuale dei lavoratori e delle lavoratrici in questo settore.


    2. Retribuzione e lavoro dignitosi



    Il diritto a una retribuzione adeguata che consenta di condurre una vita libera e dignitosa è sancito dall’articolo 36 della Costituzione ma non di rado nel lavoro culturale e creativo – tanto quello pubblico, quanto quello privato – compensi e salari sono ben al di sotto della soglia di dignità.
    Le competenze richieste sono alte, ma spesso il lavoro viene sottoinquadrato con forme contrattuali inadeguate al ruolo e alla professionalità richiesta e con accordi che non coprono l’intera durata delle prestazioni svolte o con il ricorso a contratti nazionali che non riconoscono corrette retribuzioni. Inoltre, il sistema degli appalti e dei subappalti, promosso dalla Legge Ronchey, finisce spesso per premiare l’offerta economicamente più vantaggiosa dietro cui si nasconde spesso la logica del ribasso, incidendo fortemente sui salari e sulla tutela di lavoratori e lavoratrici. Chiediamo retribuzioni dignitose a prescindere dalle forme contrattuali, aumento dell’occupazione stabile e sanzioni alle condotte illegali dei datori di lavoro.
    Per questo riteniamo necessarie queste misure:

    ​L’individuazione di un salario minimo legale per tutti e tutte, come argine alla compressione delle retribuzioni e valga per tutte e tutti.
    ● ​La garanzia che il lavoro autonomo, atipico e parasubordinato abbia dei costi (per il committente/datore di lavoro) superiori/maggiori rispetto a quello dipendente
    ● ​L’applicazione dei Contratti collettivi nazionali del lavoro (CCNL) di settore maggiormente rappresentativi e di maggior favore per i settori nei quali lavoriamo. Lotta al dumping salariale perpetrato dal ricorso a CCNL poveri e poco tutelanti.
    ​Il rinnovo dei CCNL scaduti o in scadenza con l’adeguamento delle paghe in base all’attuale costo della vita e parametrati all’inflazione in corso.
    ● ​Criteri equi e trasparenti nell’attribuzione dei fondi ministeriali a teatri, fondazioni ed enti artistici con adeguamento delle risorse al codice Istat e ai rinnovi contrattuali.


    3. Rispetto della salute psicofisica



    La salute psicofisica è un diritto imprescindibile che viene messo a rischio da condizioni lavorative vessatorie, mancanza di tutele e controlli, precarietà, competizione, disuguaglianze di genere, isolamento e ricattabilità. Costruire ambienti di lavoro sani e tutelati – che siano fisici o meno – a partire dalle indicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori è un obiettivo inderogabile.
    Per questo vogliamo:

    ● ​Sicurezza nei cantieri e in tutti i luoghi di lavoro e della formazione, obbligando la committenza ad assumersi la responsabilità di lavoratori e lavoratrici, anche in appalto.
    ● Percorsi formativi reali, controlli, protocolli di prevenzione e distribuzione dei dispositivi di protezione individuale e costante misurazione dello stress da lavoro correlato.
    ​Eliminazione di qualsiasi forma di discriminazione, molestia e violenza nei luoghi di lavoro e di formazione.
    ● Attivazione di sportelli psicologici e di ascolto per monitorare situazioni di mobbing, burnout ecc.


    4. Welfare universale



    Per troppi anni il comparto della cultura è stato un laboratorio di flessibilizzazione, precarietà e sfruttamento, sperimentando modelli di erosione salariale e dei diritti. L’attuale governo, avendo intrapreso misure regressive come la cancellazione del reddito di cittadinanza, la limitazione della NASPI e il varo di una misura inefficace come l’indennità di discontinuità per lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, ha peggiorato questo scenario già compromesso.
    Noi vogliamo rovesciare questa situazione, perché la precarietà è un fenomeno multiforme, strettamente legato ai bassi salari, alla ricattabilità e all’assenza di diritti.

    Riteniamo sia necessario tenere insieme l’aumento dei salari, la stabilizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori e l’inserimento di misure universali di welfare, che possono diventare una sperimentazione virtuosa ed estendibile a tutti i settori precari del mondo del lavoro e quei comparti caratterizzati da intermittenza lavorativa.

    L’instabilità deve essere compensata da misure di sostegno al reddito che rendano la vita delle lavoratrici e dei lavoratori meno imprevedibile e che permettano loro di pianificare il futuro. Occorre:
    ● Istituire misure efficaci, costanti di sostegno al reddito per tutti i lavoratori e lavoratrici precari e quei comparti caratterizzati da intermittenza lavorativa, nella prospettiva di un reddito universale di base;
    ● Estendere e rendere universale l’indennità di genitorialità;
    ● Garantire l’accesso all’indennità di malattia/infortunio, per tutti e per tutte;
    ● Assicurare una pensione di sopravvivenza a tutte e tutti, agevolando il ricongiungimento dei contributi versati in casse diverse a causa dell’eterogeneità contrattuale.

    Senza un’attenzione alla continuità di reddito non c’è giustizia sociale e non c’è crescita per l’intero Paese.



    5. Contro l’economia del riarmo e l’art-washing nelle istituzioni culturali



    L’aumento degli investimenti pubblici destinati alla spesa militare procede infatti di pari passo con la compressione di salari, diritti e risorse destinate ai servizi pubblici, alla cultura, all’istruzione e al welfare.

    In questo quadro ci troviamo di fronte a una ennesima operazione di art washing, che presenta come accettabili politiche di militarizzazione e colonizzazione attraverso il linguaggio dell’arte e della neutralità istituzionale.
    Per queste ragioni riteniamo necessario:

    ● contrastare l’utilizzo delle istituzioni culturali come strumenti di normalizzazione di politiche di guerra, colonizzazione e occupazione;
    ● rifiutare le pratiche di art-washing che utilizzano il linguaggio dell’arte per legittimare violazioni del diritto internazionale;
    ● difendere il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori della cultura a esprimere dissenso e a mobilitarsi contro l’economia della guerra.

    Tramite lo strumento dello sciopero vogliamo affermare la dignità del lavoro culturale, contro l’economia del riarmo. Torniamo a riempire le strade e a scioperare. Per la dignità. Contro ogni sfruttamento.


    Mi Riconosci?
    ANGA – Art Not Genocide Alliance
    Biennalocene
    Campo Innocente
    CLAP – Camere del Lavoro Autonomo e Precario
    Vogliamo tutt’altro_ assemblea lavorat_ della cultura
    Galassia
    AWI – Art Workers Italia
    Rete della Conoscenza
    ADL Cobas
    AIEM – Associazione Italiana Educatori Museali
    Arci APS
    ADI
    Strade – traduttrici e traduttori editoriali
    Redacta
    USI/CT&S

  • COSA SUCCEDE IN CITTÀ

    Sgomberi, ruspe, cantieri.
    Turisti, b&b, telecamere, studentati di lusso, posti di blocco. Progetti di riqualificazione che creano profitto per fondi di investimento privati, programmazioni culturali decise dall’alto, realtà indipendenti che chiudono. Tavoli di co-progettazione che partono a contratti già siglati, spazi assegnati e mai regolarizzati. E così a Roma si cancella tutto il bello che l’ha sempre animata: le energie collettive, i percorsi dal basso, l’autorganizzazione, le lotte, la solidarietà, la sperimentazione.
    La sua riottosità, inaddomesticabile. Dalla fontana di Trevi chiusa da cancellate agli spazi sotto sgombero. Dal centro storico all’ Esquilino all’Ostiense e viale Marconi, da Roma Est alle periferie del Quarticciolo, Laurentino38, Ostia, siamo sotto assedio.

    In quale città si stiamo vivendo?
    Come la immagina chi la governa?

    In questo scenario, al Mattatoio di Testaccio sta sorgendo “La città delle arti”, il “più grande centro culturale d’Europa”, gestito da una nuova Fondazione appositamente creata.

    Ma le arti dove sono? E la città?

    Rendering e masterplan descrivono un contenitore in cui  l’idea artistica e culturale è invisibile (o assente?). Qual è il progetto? Chi lo sta immaginando? Nella totale assenza di informazioni pubbliche e accessibili, la comunità artistica non è interpellata.

    Oggi vogliamo parlare del Mattatoio perché è una città dentro la città, in trasformazione, e questa trasformazione ci riguarda tutt. 

    Uno spazio selvatico, liberato e occupato negli anni ‘70, attraversato da sperimentazione e culture indipendenti – il Festival Miseria 81, la nascita del Mucca Assassina, progetti come Zone Attive, Enzimi, la Biennale dei giovani artisti d’Europa e del Mediterraneo (1999), Fà l’Estate Giusta  – Estate Romana dei centri sociali / R.I.O.T – Rete Itinerante Occupazioni Territoriali (1998),  Dissonanze… E poi il Centro anziani occupato, il Villaggio Globale, Ararat – spazio della comunità curda –, gli accampamenti lungo il fiume, la Scuola Popolare di musica di Testaccio.
    Sede negli ultimi 10 anni da grandi istituzioni culturali – Palaexpo, Roma Tre, Accademia di Belle Arti –dal 2022 è un cantiere a cielo aperto che vuole far spazio a un progetto di riqualificazione atteso da decenni. Presunto fiore all’occhiello di questa amministrazione. Nell’involucro contemporaneo di affascinanti spazi industriali riconvertiti alle arti, è assordante la mancanza di visione artistica, di pratiche partecipative, di un’idea di città che sappia far spazio a chi la vive. Food invece che di immaginazione. Centri di fotografia fuori tempo massimo invece che spazi transdisciplinari.

    Si invoca il modello Milano: hub culturali, city branding, engagement, riqualificazione, termini scintillanti usati come formule magiche. 

    Ma la cultura non è un accessorio del marketing urbano. Non è la bella faccia delle operazioni immobiliari. Questa città e le sue comunità non sono affittacamere per grandi eventi.

    Abbiamo bisogno dell’ennesimo “incubatore” per lo sfruttamento di lavoro precario? Dell’ennesima istituzione culturale gestita da cooperative o da partecipate di Roma Capitale che sottopagano senza garanzie? Di un altro spazio perfetto da affittare a brand di moda e multinazionali?

    Vogliamo parlare del Mattatoio per dire ancora una volta del lavoro artistico e culturale, povero e precario, in connessione con tutti gli spazi indipendenti minacciati, sgomberati o oggetto di progetti speculativi.

    Proprio ora, mentre il mondo brucia sull’orlo di una guerra globale, dobbiamo avere il coraggio di immaginare altre istituzioni: popolate, vive, partecipate, solidali, calde. Che rifiutino il paradigma dominante della logica del profitto e diano vita a un welfare di comunità, distribuito e diffuso.

    Immaginiamo il Mattatoio abitato da artist^, compagnie, associazioni, persone – non spartito ma condiviso.

    Con una visione ampia della biodiversità culturale: dallo spazio alle residenze ai centri di produzione agli spazi per il pubblico, per la ricerca, per la formazione, la socialità oltre il consumo, in condizioni di lavoro sostenibile. 

    Se il governo parla la lingua dell’ordine e della repressione, chi amministra la città non cerca alternative oltre la logica della speculazione, dell’intrattenimento, del consenso elettorale.
    Una pericolosa combinazione che distrugge tutto quello che resiste.

    Che sia un obiettivo o un effetto collaterale, ciò che oggi è a rischio è la nostra agibilità politica e sociale.

    Cosa desideriamo? Cosa immaginiamo?
    Di cosa abbiamo bisogno?

    Vogliamo Reddito universale e incondizionato, vogliamo occupare immaginari e opporre narrazioni.

    Vogliamo fatti selvaggi.

  • ABBIAMO FATTO UN’ASSEMBLEA DIVERSA

    Abbiamo fatto un’assemblea diversa.  
    Abbiamo interrotto il ritmo e provato a prenderci cura delle relazioni dei desideri della comunità allargata che costituisce questa assemblea aperta. Ci siamo fatte delle domande, per provare a cambiare delle abitudini. Non per ripiegarci su noi stessx ma al contrario per rigenerare idee ed energie per la lotta, per riuscire a condividere di più ruoli e funzioni tra noi, in maniera circolare, per dare maggior valore alle relazioni con altri collettivi e altre lotte in corso, con cui intrecciare percorsi. 
     
    Una pratica femminista per una vita non fascista. 

    Ci siamo chieste reciprocamente di nominare cosa ci piace della nostra pratica di assemblea e cosa no, quali desideri di percorsi politici e cosa ciascuna di noi può fare per la collettività. 

    Parte 1: ne sono emersi due piccoli manifesti, il primo di ciò che siamo al presente, di cosa è l’assemblea, il secondo al futuro, di cosa vorremmo, dei desideri

    Parte 2: un catalogo di voci, raccolto attorno a “mi piace / non mi piace / vorrei”, una pratica di autoriflessione sull’assemblea. 

    Roma, febbraio 2026 


    parte1.

    [A]. Manifesto del presente

    Siamo lavorat* precari* della cultura, dello spettacolo e dell’arte.  
    E ci sono tante cose che Vogliamo. Vogliamo tutt’altro: 
    Vogliamo dalla nostra prospettiva di lavorat* della cultura, dello spettacolo, dell’arte prendere parola sulle questioni globali, sulle questioni nazionali e locali.  
    Palestina, autocrazie, neocolonialismo, turistificazione, ddl stupri, sgomberi, repressione, ddl sicurezza, fascismi, machismi imperialismi, propaganda culturale, classe e privilegio, passioni tristi delle destre globali, violenze nel mondo artistico. 
    Vogliamo occupare gli immaginari, opporre narrazioni.  
    Reddito universale.  
    Intrecciando, sostenendo e mescolandoci nelle lotte attive: nel percorso verso l’8 marzo, nel percorso su speculazione e gentrificazione, nel percorso per la Palestina, saremo presenti.  
     
    Vogliamo confluire verso lo sciopero della cultura.  
    Vogliamo dalla nostra prospettiva di lavorat* della cultura, dello spettacolo, dell’arte fare azioni di sciopero, di protesta, vandaliche e illegali.  

    Segnaliamo, denunciamo, critichiamo (e compromettiamo): i bandi del comune, della regione, del ministero, i bandi in generale, l’exFUS, il lavoro gratuito, la precarietà, le condizioni del lavoro, le violenze e gli abusi, la corruzione e il potere. 

    [B]. Manifesto dei futuri 

    Agire, fare azioni. Moltiplicazione del pensiero. Parlare, riflettere. Riflessione. Agire, fare azioni. Trovarci, pensare insieme, ritrovarci. Posto degli affetti, delle relazioni. Politicizzare, radicalizzare questo ambito. Fare la pratica, l’autocoscienza, anche se ero contro. Eterogeneità, posizionamenti. Azioni. Muoversi a ritmi diversi. Forza immaginativa affermativa e affettiva. Un’alternativa alle politiche fasciste e tecnopatriarcali. L’apertura alla messa in discussione. Il tempo all’analisi. Imparare. Azione / desiderio / postura / disobbedienza. Agire. Azione. Azione illegale. Intensi momenti di pensiero collettivo. Dimensione affettiva. Geografie di relazioni. E amicizia a diversa intensità. Siamo compagnə, ma non solo. Stimo, stimare. Cosa pensiamo di quello che succede intorno. Posizionamento transfemminista. Mi permette di esistere. Fare critica ai fascismi, ai machismi imperialisti. Fare più azioni in strada, attacchinaggi. Fatti selvaggi e illegali. 


    parte 2.

    [mi piace] 

    MI PIACE che l’assemblea sia un posto dove poter parlare di ciò che ci succede intorno, per riflettere, per moltiplicare il pensiero. 
    MI PIACE quando facciamo le azioni. 
    _______ritrovarci, scambiare opinioni, pensare insieme.  
    MI PIACE che è un ambiente relazionale, affettivamente carico. 
    MI PIACE che si assume un compito ingrato, dare voce e soggettività a chi lavora nel mondo dell’arte — lx artistx fanno schifo (quot. Carla Lonzi), sono individualistx, pensano solo a sé stessx.
    MI PIACE che mi avete costretto a fare questa pratica di autocoscienza anche se ero contro. 
    ________l’eterogeneità, i posizionamenti, quando prepariamo e facciamo (MOLTO) le azioni e ci muoviamo a ritmi diversi.  
    MI PIACE quando puntiamo sulla forza immaginativa, affermativa e affettiva e creiamo dunque un’alternativa alle politiche fasciste e tecnopatriarcali. 
    MI PIACE l’apertura alla messa in discussione, il fatto che si dedichi tempo all’analisi, a imparare. 
    ________la capacità di azione / il desiderio / la postura / la disobbedienza. 
    ________Quando abbiamo intensi momenti di pensiero collettivo. 
    ________Quando facciamo le azioni soprattutto quelle illegali. 
    MI PIACE la dimensione affettiva, l’essere legate in geografie di relazioni e amicizia a diverse intensità. Siamo compagnə, ma non solo.  
    MI PIACE che vi stimo.  
    MI PIACE quando ci diciamo cosa pensiamo di quello che ci succede intorno. 
    ____che abbiamo un posizionamento transfemminista, mi permette di esistere. 

    MI PIACE la pratica ed il posizionamento femminista intersezionale  

    MI PIACE caotica intersezionalità 
     

    [non mi piace] 

    NON MI PIACE che non abbiamo un posto dove poterci incontrare. 
    _____i miei momenti di risacca in cui mi blocco e non riesco a partecipare a nulla.  
    _____le assemblee sbrigative che diventano fredde e solo funzionali.
    _____quando diventa il dopolavoro (passo, dico la mia e torno a casa senza essermi fatta modificare).  
    _____quando lasciamo spazio ai momenti di down delle lotte – è lì che bisogna fare politica,  non c’è solo l’adrenalina del pieno della piazza 
    NON MI PIACE che a volte ci sia confusione nella nostra programmazione e priorità. 
    ______che le stesse persone abbiano dovuto ricoprire ruoli di responsabilità 
    ______quando c’è un calo di energie e una mancanza di solidarietà/responsabilità con messaggi che cadono nel vuoto. 
    NON MI PIACE che l’orario sia sempre tardo pomeriggio/sera.  
    _____quando le questioni si fanno vaghe e strettamente personali.  
    NON MI PIACE – la velocità / l’estetica.  
    NON MI PIACE il paternalismo della lotta, a volte dietro l’angolo. 
    ______ l’egemonia delle voci, la sensazione che, a volte, le relazioni affettive che tessiamo in questo spazio svaniscano al di fuori. 
    NON MI PIACE quando ci si defila. 
    ______quando non riusciamo a fare le cose, quando le ipotizziamo e poi si sfilacciano senza ragioni chiare 
    _____ gli interventi tanto più lunghi degli altri, mi perdo.  
    NON MI PIACE quando non ho un parere sulle cose. 

     
    [vorrei] 

    VORREI che l’assemblea si occupasse del reddito universale, intersecando altri percorsi. 
    VORREI che scrivessimo un manifesto del sistema e delle relazioni che immaginiamo, che vogliamo, che dettassimo la visione e la narrazione, perché siamo sempre in affanno, a cercare di smontare la narrazione terribile delle destre. 
    VORREI imparare a fare le grafiche.  
    _____partecipare alla scrittura, superando la difficoltà che se non si è seguito tutto si perdono i pezzi, scrivendo con altre. 
    ____maggiore chiarezza a livello organizzativo senza che questo comporti una divisione di ruoli aziendale.  
    ____tornare sul tema della cultura pubblica, dal punto di vista degli immaginari ma anche dei fondi pubblici.
    ____creare critica rispetto a quello che accade nella nostra città, in dialogo con le lotte per la casa, per gli spazi pubblici.
    ____creare una piattaforma di denuncia e critica di alcuni bandi per sottolinearne assurdità politiche e lavorative.
    VORREI continuare con la pratica di discorso sparso nello spazio pubblico. 
    ____che ci ricordiamo di rallentare anche in momenti di urgenza, per capire dove siamo e dove stiamo andando.  
    VORREI che facessimo più azioni di disturbo, matte. 
    VORREI praticare di più la parola in pubblico. 
    VORREI cose incredibili come occupare il Forlanini, tutto, e farlo diventare un esempio mondiale di mutualismo e autorganizzazione dal basso su tutti i beni pubblici (educazione, sanità, abitazione, cultura). 
    VORREI che occupassimo gli immaginari. 
    VORREI la Palestina libera. 

  • BLOCCHIAMOTUTTO SCIOPERO GENERALE

    lunedì 22 settembre ~ sciopero generale per la Palestina.

    Come lavorat^ dell’arte e della cultura aderiamo alla giornata di sciopero generale, indetto dai sindacati di base: per chi lavora sarà possibile scioperare, senza dover comunicare niente — scioperare è un diritto.

    Ma lo sciopero non è solo astensione dal lavoro, lunedì con i nostri corpi BLOCCHIAMO TUTTO.

    Invitiamo tutto il mondo della cultura, le singole lavorat^ precarie/intermittenti, artist^, tecnic^, operat^ ma anche teatri, compagnie, festival, redazioni, librerie, set cinematografici a fermarsi e BLOCCARE TUTTO, a scendere in strada e unirsi alle proteste in tutte le città.


    BLOCCHIAMO TUTTO

    Perché non è vero che non si può fare niente.
    Perché il genocidio va fermato.
    Perché 68.000 morti non sono abbastanza?
    Perché la Palestina è una anche questione femminista.
    Perché l’arte non è neutrale.
    Perché tagliano cultura e università per pagare le armi.
    Perché il lavoro culturale è un lavoro invisibile ma se si ferma si vede. Perché se ci fermiamo noi non ci sono più film, libri, spettacoli. Perché la precarietà del settore culturale è funzionale al riarmo. Perché la fiction della guerra “di civiltà” non fa più ascolti.
    Perché basta fare da testimonial.
    Perché il silenzio non sia contagioso.
    Perché a furia di uccidere resteremo ammazzate.
    Perché vogliamo tutt’altro.

    BLOCCHIAMOTUTTO

  •  CON I NOSTRI CORPI, BLOCCARE TUTTO! 

    Dopo l’assemblea nazionale dell’8 settembre con la partecipazione di 500 persone, questa mattina due azioni dell* lavorat* dell’arte e dello spettacolo per sanzionare il Ministero della cultura e davanti al Parlamento a seguito dell’attacco alle barche della Flotilla per chiedere il blocco e lo sciopero generale per la Palestina. Azioni interrotte dalle forze dell’ordine e da reparti antisommossa in maniera sproporzionata. 

     Lunedì 8 settembre più di 500 lavorat* della cultura e dello spettacolo dal vivo, provenienti da 20 città italiane, si sono riunit* in assemblea a Roma. 

    Due assemblee plenarie e 4 tavoli di lavoro – immaginare / organizzare / convergere / insorgere – per aprire una stagione di conflitto contro le politiche del governo e costruire una piattaforma aperta per ripensare il settore a partire dalle necessità e dai desideri di lavoratrici e lavoratori. Emerge una pratica di convergenza: con l* altr* lavorat*, con le altre lotte, verso uno sciopero della cultura in autunno. 

    Con l’assemblea nazionale si espande e si moltiplica il percorso cominciato un anno e mezzo fa a fronte delle nomine governative nelle istituzioni culturali, e proseguito con i tagli e le esclusioni operate dal Ministero della cultura contro la scena del contemporaneo. 

    È chiaro il progetto di una cultura di regime: definanziare e smantellare le realtà che lavorano sui linguaggi più sperimentali, sostenendo al contrario indirizzi conservatori e commerciali. Vengono attaccati centri di produzione e formazione per la danza contemporanea, progettualità di artist* disabili, i luoghi che lavorano dai margini anche geografici e i percorsi più sperimentali, innovativi, transdisciplinari. Questo mentre si investe sul riarmo e si definanziano la scuola, l’università, la ricerca, la sanità. 

    Questa mattina è stato occupato lo spazio davanti al Parlamento a sostegno della Global Sumud Flotilla e per invocare uno sciopero generale. Dopo le parole dei portuali di Genova, BLOCCHIAMO TUTTO: il mondo dell’arte e della cultura si mobilita contro i fascismi, il riarmo, i tagli alla cultura e per la Palestina libera. 

    VOGLIAMO TUTT’ALTRO 
    lavorat^ dell’arte e della cultura in lotta 

    Scarica il CS

  • PICCOLE PRATICHE PER UN ASSEMBLEA INCLUSIVA

    Mettiamo di seguito alcuni strumenti che sono frutto dell’esperienza dell’assemblea romana di Vogliamo tutt’altro. Siamo convinte che ogni assemblea debba trovare il proprio modo di gestirsi perchè assemblea è una pratica che si costruisce nel tempo e con chi c’è. Per noi fare assemblea anche in poche è stato molto utile proprio in quest’ottica di pensare l’assemblea come una pratica per addestrarsi a tenere insieme le differenze e a pensare insieme. Ci siamo accorte che serve ascolto, dare valore al pensiero di tuttə, confliggere sui temi mai sul personale e provare a comporre gli spunti che emergono.

    • Fare un giro di nomi iniziale per sapere chi c’è e far girare foglio per raccogliere i contatti
    • Primi minuti dedicati a scrivere un ordine del giorno condiviso: piccolo brainstorming di cose che il gruppo ha voglia di affrontare e poi provare a comporre l’ordine del giorno (prima parliamo di questo, poi di questo). Se ci sono troppe cose si dà un ordine di priorità e quello che non si affronta si porta all’assemblea successiva. Si può anche decidere a fronte del tempo a disposizione quanto tempo dedicare ad ogni punto all’ordine del giorno.
    • Decidere il tempo degli interventi dipende dalla tipologia di assemblea che si vuole fare, quanta gente c’è etc. A volte può essere utile darsi un tempo di intervento a volte questo diventa un limite e imbriglia troppo la discussione. Se ci sono tante persone è sempre bene tentare di costruire una situazione in cui si riesca a parlare tuttə.
    • Darsi piccoli ruoli interni, che girano ad ogni assemblea per non consolidare ruoli:

    1. Qualcunx che prende gli interventi

    2. Qualcunx che tiene i tempi

    3. Qualcunx che fa un report

    • Darsi un orario di fine assemblea
    • A fine assemblea provare a trovare un giorno e un luogo per l’assemblea successiva
    • Nell’esperienza romana cambiare luogo è stata una risorsa e anche andare nello spazio pubblico, magari portandosi cassa a batteria e microfono, diventa essa stessa un’azione.
    • Girare il report nelle chat è utile ad aggiornare poi chi non ha potuto partecipare.
    • Sugli strumenti di comunicazione interna/esterna:

    Le chat sono un luogo complesso, noi proviamo il più possibile a non prendere decisioni in chat ma nell’emergenza non sempre è possibile.

    Il consiglio comunque è di dotarsi di due strumenti diversi: una chat tipo broadcast per comunicazioni delle attività dell’assemblea e una chat operativa in cui ci sono solo persone attive nell’assemblea di cui c’è fiducia reciproca.

  • assemblarsi/report assemblea nazionale

    Lunedì 21 luglio 2025 – si raccolgono assemblee in 16 città e spazi diversi: Venezia, Bari, Lecce, Napoli, Palermo, Bologna, Ferrara, Livorno-Lucca-Firenze, Milano… A Roma, l’assemblea Vogliamo Tutt’altro riapre e occupa temporaneamente il Circolo degli Artisti, spazio che era dedicato alla musica nel quartiere Pigneto, rinominato La Circola delle Artiste in omaggio alle Commissioni ministeriali che hanno punito chi ha usato il linguaggio inclusivo nelle domande. È una giornata potente di scambio e di ascolto di tutte le assemblee, per capire come costruire possibilità di convergenza e azioni comuni nei prossimi mesi. Siamo inviperite, velenose e arrabbiate, e vogliamo che questa rabbia si trasformi in azione politica – i segnali che arrivano dal governo sono preoccupanti, anche se alcune delle risorse economiche sono state reintegrate, e nei prossimi mesi avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza e forza collettiva.

    L’assemblea ha rimesso al centro la questione delle pratiche, come inventare coreografie comuni, nuovi assemblaggi, azioni condivise. Tra queste, anche quella dell’occupazione, pratica nobile dei movimenti, dalle occupazioni delle terre contro i latifondi, alle occupazioni per il diritto alla casa, alle fabbriche, agli spazi urbani abbandonati. Dopo il Dl sicurezza, è importante rompere lo stato di isolamento e di paura, e diventa vitale portare i corpi al centro della scena pubblica per aprire discorsi capaci di parlare ad altre lavoratrici e a settori contigui della cultura, ma anche oltre il mondo culturale.

    Le destre hanno imposto una visione classista secondo cui l’arte sarebbe per un privilegio per le élite, ma al contrario cultura, arte e ricerca sono un diritto primario per tutte, un indice di democrazia affettiva. Strumenti per immaginare altri mondi, altri modi di vivere, estetiche che raccontano altri corpi.

    Prossimi appuntamenti:

    >> 8 settembre a Roma con i corpi per costruire pratiche comuni: l’8 settembre un’intera giornata per stare insieme, immaginare, anche costruire più tavoli simultanei su diverse questioni e coordinati da diverse assemblee. Il 9 settembre potremmo pensare di fare un’azione e nel pomeriggio convergere nelle assemblee precarie universitarie.

    >> in agosto: riunioni di coordinamento e organizzazione, oltre che di raccordo con altri settori.

    Le pratiche che sono emerse nel corso dell’assemblea: fare assemblee come pratica politica; azioni di visibilità e conflitto; formare collettivi; continuare a prendere parola dai palchi; far circolare statement chiari e condivisi nei festival, teatri, e spazi artistici e sui social. Organizzare più azioni simultaneamente in luoghi diversi e decentrare. Responsabilizzare i pubblici, coinvolgendo anche spettat^ e cittadinanza, non solo operat^ del settore, attraverso azioni di comunicazione diretta: metterci nelle piazze e negli spazi pubblici, microfono alla mano.

    Punti emersi:

    *eterogeneità: siamo singole lavoratrici, artiste, ma anche compagnie, spazi, festival, istituzioni di diversa natura. È una forma, e anche una modalità innovativa.

    *le forme della produzione: registriamo lo schiacciamento verso logiche esclusivamente commerciali.

    * accessibilità: siamo tutte escluse fin dalla formazione, esiste un problema di élitismo strutturale nel nostro mondo — non è solo una questione solo dei fascisti al governo, ma un sistema strutturato in decenni, classista e razzista.

    *i festival: sono stati tra i più penalizzati dell’intero sistema, in particolare quelli di danza. Forse perché la loro specificità è di essere luoghi di scambio? (vd. rapporto CReSCo). Novanta festival in tutta Italia sono o sono stati sostenuti dal Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS). Quando si taglia un festival, si colpisce un’intera infrastruttura di distribuzione artistica nel paese, è un taglio indiretto anche alle imprese di produzione, oltre a diminuire le occasioni d’incontro con i pubblici, momenti in cui la sperimentazione si apre a molte persone. Funzione dei festival è lavorare sul rischio culturale, su progetti che aspirano alla transdisciplinarità, al sostegno di formati scenici non convenzionali, a nuove modalità di vivere l’esperienza artistica, allo scambio nazionale/internazionale, e dunque anche sostenere la scena italiana all’estero: tagli e le umiliazioni colpiscono proprio questo modello di festival, rendendoli più fragili. Per questo i festival possono diventare luoghi di esplosione dove far detonare le questioni e discutere dei festival del futuro.

    *esiste una questione meridionale, una divisione che si è accentuata negli ultimi anni in termini di spazi, di risorse, di circuiti, di organismi produttivi.

    *le disparità in questo settore si acuiscono: le paghe base sono molto basse, bisogna conquistare paghe dignitose a partire dai contratti nazionali e forme di reddito integrative, che rendano sostenibile la vita per chi fa i nostri lavori.

    *guardare fuori dal settore culturale, al Decreto sulle aree interne che afferma che tutte le zone non produttive possono essere eliminate (ad esempio tutte le città terremotate): è un attacco a ciò che è periferico, non centrale.

    DESIDERI

    *Come stare unite per coinvolgere altri mondi?

    *Quali corpi sono autorizzati a stare in scena? Chi scrive questa autorizzazione? I Commissari delle Commissioni?

    *Come tenere vive le assemblee sul lungo periodo? Possiamo sperimentare trovare modi diversi di essere assemblea: essere itineranti?

    *Approfondire localmente, rilanciare collettivamente.

    *Rispettare le tante diverse pratiche attive, nei diversi territori, creare forme federative che non uniformino.

    *Come essere interstiziali e riuscire a incidere anche a livello istituzionale?

    *Collocarci in uno scenario più ampio: i fondi tagliati a cultura e istruzione accelerano la corsa al riarmo, e le armi che si stanno finanziando non verranno usate solo contro altri eserciti, ma su persone come noi.

    *Essere un virus, attaccare e trasformare questo corpo sociale che ci sta respingendo.

    *Mettere a fuoco il ricatto del lavoro artistico, e cosa potrebbe significare per noi in Italia ripensare lo sciopero.

    AZIONI

    *Chiedere le dimissioni della Commissione Danza.

    *Fare pressione sull’AGIS – non ci rappresenta, pensare ad altri processi.

    *Fare pressione sulle istituzioni di prossimità per attivare azioni di supporto sul piano del welfare: sperimentiamo? Attiviamo prototipi anche su scale ridotte? (vd. Sardegna / Emilia Romagna).

    *ricorsi — darci strumento per organizzarli e sostenerli collettivamente, anche attraverso forme concrete di mutuo soccorso.

    *amplificare la potenza del dissenso, continuando a immaginare un mondo diverso.

    *fare tavoli di studio e di autoformazione.

    *trovare eventuali falle nel decreto sicurezza, per non mettere a rischio la vita delle singole persone coinvolte — lavorare in complicità anche con giuristə.

    * essere intersezionali, contaminare le lotte.

    *aprire un livello sovranazionale: in Europa si sta già ragionando su questi temi, in particolare sul nesso tra riarmo e tagli alla spesa pubblica, creare connessioni.

  • SIAMO PIU’ DI 2000 / VOGLIAMO TUTT’ALTRO

    Ieri, 7 luglio, è stata una giornata straordinaria. In tutta Italia, oltre 2000 persone – in presenza e online – si sono incontrate per dare vita a un processo nuovo, potente, collettivo. Comincia la mobilitazione nazionale delle lavoratrici/ori dello spettacolo dal vivo.

    Sono nate 16 assemblee simultanee a Roma, Milano, Genova, Bologna, Ferrara, Dro, Santarcangelo di Romagna, Lecce, Bari, Palermo, Cagliari, Sassari, Venezia, Catania, Napoli collegate tra loro in un unico momento nazionale e più di 1000 singole/i connessi da remoto. Dalle metropoli ai piccoli centri, si è sollevata una voce collettiva: un desiderio urgente di confronto, di connessione, di lotta. Hanno preso parola singolə artistə, lavoratorə dell’arte e dello spettacolo, collettivi, compagnie teatrali, festival indipendenti, spazi culturali e teatrali, realtà attive nella difesa dei beni comuni e del sapere pubblico: lavoratorə dei beni culturali, del cinema, dell’università, assemblee studentesche e precarie, attivistə per la Palestina, ma anche assessori regionali e locali e associazioni di categoria come Cresco o reti informali con la rete dei festival italiani. Erano presenti e sono intervenuti anche i tre commissari dimissionari delle commisione ministeriale Teatro e multidisciplinare Pastore, Cassiani, Grassi. Un fronte ampio, plurale, determinato e consapevole.

    L’attacco in corso al settore culturale non è un incidente né una svista. È parte di un disegno politico reazionario, che investe l’università, la scuola, i media, ogni spazio dove si produce pensiero critico. Un progetto reazionario che si riflette su scala internazionale – lo vediamo negli Stati Uniti, in vari Paesi europei – ma che in Italia si concretizza in modo feroce sotto la regia dell’estrema destra al governo.

    Fin dall’inizio dell’attuale legislatura, la destra ha dichiarato la volontà di fare “l’anno zero” della cultura, di smantellare il sistema esistente per ricostruirlo secondo una nuova egemonia culturale, conservatrice, patriottica, conforme ai propri valori politici. Con l’assegnazione dei fondi triennali per lo spettacolo dal vivo (FNSV) si compie  un attacco ideologico, preciso, puntuale e  mascherato da riforma tecnica. È una strategia di controllo, che mira a ridurre la libertà artistica  tagliando i finanziamenti a tutto ciò che non rientra in una visione funzionale al potere. Mentre si invocano razionalizzazioni e merito, si tagliano i fondi alle forme più vive, sperimentali, critiche, si colpiscono le soggettività autonome, indipendenti, le realtà che producono pensiero libero e conflitto sociale. Non è un errore, è un disegno preciso. Una manovra chirurgica che colpisce tutto ciò che è critico, autonomo, indipendente, tutto ciò che produce conflitto, immaginazione, libertà.

    Per questo il 7 luglio non è una semplice mobilitazione: è un atto politico, un sollevamento necessario. È la risposta collettiva all’autoritarismo culturale. La presa di parola è solo l’inizio, serve ora costruire una forza comune capace di incidere, di proporre alternative radicali, di immaginare un’altra distribuzione delle risorse, un’altra idea di valore.

    È il momento di riaprire il tema del reddito di continuità per chi lavora nella cultura. Non possiamo più accettare la precarietà strutturale, l’intermittenza imposta, l’assenza totale di tutele. Serve una trasformazione reale delle condizioni materiali, serve dignità, riconoscimento e diritti per tuttə coloro che generano pensiero, bellezza, memoria collettiva. E serve generare una nuova visione di teatro pubblico libero, critico, necessario, che si opponga a quella illiberale e commerciale delle destre.

    Il 7 luglio è stato solo un primo passo. L’invito è a moltiplicare le assemblee aperte, a costruire spazi di confronto reali, a immaginare nuove forme di alleanza tra chi rifiuta questo presente e desidera un’alternativa. Si apre oggi una lunga stagione di lotta. NON E’ CHE UN INZIO.

    IG: https://www.instagram.com/assemblea_lavorat_spettacolo/Mail: vogliamotuttaltro@gmail.com