cinque punti di partenza e rivendicazione
“La cultura è il petrolio d’Italia” si dice da anni. Noi diciamo invece che la cultura non è petrolio, perché non è una materia prima che ci ritroviamo per caso e che ci basta estrarre e vendere: la cultura viene “fatta”, tutelata e trasmessa ogni giorno dalla miriade di lavoratori e lavoratrici dei settori creativi e culturali. Lavoratori e lavoratrici il cui contributo e la cui professionalità sono sistematicamente sminuiti, a livello economico e giuridico, favorendo una generale condizione di precarietà, povertà e incertezza, mentre i profitti vanno nelle tasche di pochi.
Siamo coscienti che l’impoverimento del lavoro in Italia si estenda ben oltre i settori culturali e creativi: l’Italia è attualmente l’ultimo Paese tra i membri del G20 in termini di crescita salariale, con salari reali in calo continuo, che hanno registrato una diminuzione sia rispetto al 2008 (-8,7%) sia rispetto ai livelli degli anni Novanta (-3%).
Il lavoro culturale in senso ampio è costituito da una grande eterogeneità di figure professionali con formazione, retribuzioni e inquadramenti contrattuali differenti: dal mondo della tutela alle professioni museali, dalle professioni dello spettacolo dal vivo, dell’arte contemporanea e del cinema all’editoria e al turismo, solo per citarne alcune.
A dispetto di questa enorme eterogeneità, lavoratrici e lavoratori creativi e culturali condividono le condizioni in cui operano: sopportano forme di sfruttamento e ricatto, con condizioni e turni spesso massacranti, percepiscono retribuzioni troppo basse e hanno un sistema previdenziale inadeguato.
Questa frammentazione profonda, conseguenza dell’introduzione di una pletora infinita di inquadramenti negli ultimi vent’anni, ha portato a una competizione interna e a una individualizzazione dei problemi, che per questo sono rimasti perlopiù irrisolti.
Vogliamo ricucire questa divisione perniciosa e dire che non si tratta di problemi individuali o settoriali, ma sistemici, che necessitano di riforme più ampie e un finanziamento strutturale del settore della cultura.
In una fase in cui le guerre si moltiplicano e si programma l’aumento degli investimenti per il riarmo (fino al 5% del Pil), chiediamo con forza di dirottare queste risorse – oltre che su sanità, servizi sociali, istruzione e transizione energetica – anche verso il mondo della cultura e dello spettacolo, per garantire a chi vi lavora dignità e pieni diritti e a chi ne fruisce qualità e continuità dei servizi.
L’accesso all’arte e alla cultura è un diritto di tutta la cittadinanza, esattamente come il diritto alla salute, all’istruzione e alla sicurezza idrogeologica del territorio. Investire sugli armamenti le poche risorse dell’Italia mina l’accesso a questi diritti.
Una piattaforma che mette al centro la dignità del lavoro e delle singole persone non può ignorare il genocidio perpetuato dallo Stato di Israele ai danni del popolo palestinese, né l’escalation di violenza e prevaricazione che sta esercitando verso gli Stati limitrofi e l’Iran. Non è accettabile che venga concesso agli stati sopraffattori spazio e riconoscimento all’interno di occasioni internazionali pubbliche, come la Biennale di Venezia che sta tornando a essere una passerella per le nazioni.
Lo scorso autunno, migliaia di lavoratori e lavoratrici sono scesi in piazza per sostenere la missione umanitaria della Global Sumud Flotilla e denunciare la complicità del governo italiano con lo stato genocida di Israele. Tante lavoratrici e lavoratori, anche del settore culturale, hanno scioperato e contribuito ad aumentare la consapevolezza, individuale e collettiva, che lo sciopero è un diritto, uno strumento rivendicativo, ma anche un potente mezzo di espressione del dissenso. Fermare la produzione, il profitto, significa indebolire il potere di chi usa la forza per sottomettere e annientare, che sia uno Stato, o un datore di lavoro.
Quest’anno, la Biennale Arte di Venezia ospiterà il Padiglione Israele, dopo che grazie alle pressioni era rimasto chiuso per due annualità (2024-2025): non solo, per il 2026 assegna a Israele una nuova sede all’Arsenale, motivata dalla chiusura per ristrutturazione del padiglione ai Giardini, una scelta che rafforza l’accordo con lo Stato israeliano e aggrava la posizione dell’istituzione.
La presenza del padiglione israeliano alla Biennale Arte di Venezia non è dunque un episodio isolato, ma si colloca pienamente dentro un modello di rilancio economico fondato sulla guerra, sulla militarizzazione dell’economia e sulla svalorizzazione del lavoro. Ad aggravare il quadro è il doppio standard esercitato dall’Unione Europea e dal Ministero della Cultura italiano, che minacciano il taglio dei fondi e accusano la Biennale per la reintroduzione del padiglione russo, mentre le responsabilità di Israele nel genocidio in Palestina, riconosciute dalla Corte Penale Internazionale, e nell’allargamento del conflitto in Medio Oriente non sembrano meritare provvedimenti altrettanto risoluti né parole di analogo sdegno.
1. Riconoscimento e dignità del lavoro culturale
Il lavoro culturale e creativo è anzitutto lavoro, e come tale deve essere riconosciuto.
Per questo reputiamo necessaria la regolamentazione di tutte le figure professionali del settore, sia del lavoro subordinato sia di quello autonomo, come presupposto basilare per invertire la narrazione che le paragona a un “hobby” e ne sminuisce la professionalità.
Crediamo che il riconoscimento e la dignità del lavoro culturale e creativo debbano essere garantiti da una serie di condizioni fondamentali quali:
● La regolamentazione del volontariato e degli stage negli ambiti culturali, perché il volontariato e la formazione non devono mai sostituire il lavoro. L’utilizzo di persone senza adeguata retribuzione o competenze, attraverso forme mascherate di impiego, equivale a lavoro non pagato, rivela la mancanza di investimenti in personale qualificato e implica il taglio del costo del lavoro e l’indebolimento della forza contrattuale.
● L’incremento delle assunzioni nel Ministero della Cultura e nelle pubbliche amministrazioni in cronica carenza di organico, nonché l’adeguamento delle retribuzioni del suo personale dipendente.
● Il superamento del sistema degli appalti e delle concessioni sdoganato dalla Legge Ronchey (4/1993) e la reinternalizzazione dei servizi culturali.
● L’eliminazione delle false Partite IVA, lo stop all’utilizzo del lavoro autonomo come strumento di ribasso e precarizzazione e più diritti per chi svolge la propria attività in regime di libera professione. Servono, inoltre, più controlli da parte dell’Ispettorato del lavoro, da anni impossibilitato a espletare correttamente le sue mansioni per organico insufficiente.
● La stabilizzazione del precariato nel settore della ricerca e il riconoscimento delle attività/fasi di ricerca e aggiornamento, in ogni ambito – universitario, culturale, artistico – come attività lavorativa.
● Il superamento della Legge 182/2015, che inserisce l’apertura e la sorveglianza dei luoghi della cultura nei servizi pubblici essenziali, predisposta solo per limitare il diritto di sciopero e la forza conflittuale dei lavoratori e delle lavoratrici in questo settore.
2. Retribuzione e lavoro dignitosi
Il diritto a una retribuzione adeguata che consenta di condurre una vita libera e dignitosa è sancito dall’articolo 36 della Costituzione ma non di rado nel lavoro culturale e creativo – tanto quello pubblico, quanto quello privato – compensi e salari sono ben al di sotto della soglia di dignità.
Le competenze richieste sono alte, ma spesso il lavoro viene sottoinquadrato con forme contrattuali inadeguate al ruolo e alla professionalità richiesta e con accordi che non coprono l’intera durata delle prestazioni svolte o con il ricorso a contratti nazionali che non riconoscono corrette retribuzioni. Inoltre, il sistema degli appalti e dei subappalti, promosso dalla Legge Ronchey, finisce spesso per premiare l’offerta economicamente più vantaggiosa dietro cui si nasconde spesso la logica del ribasso, incidendo fortemente sui salari e sulla tutela di lavoratori e lavoratrici. Chiediamo retribuzioni dignitose a prescindere dalle forme contrattuali, aumento dell’occupazione stabile e sanzioni alle condotte illegali dei datori di lavoro.
Per questo riteniamo necessarie queste misure:
● L’individuazione di un salario minimo legale per tutti e tutte, come argine alla compressione delle retribuzioni e valga per tutte e tutti.
● La garanzia che il lavoro autonomo, atipico e parasubordinato abbia dei costi (per il committente/datore di lavoro) superiori/maggiori rispetto a quello dipendente
● L’applicazione dei Contratti collettivi nazionali del lavoro (CCNL) di settore maggiormente rappresentativi e di maggior favore per i settori nei quali lavoriamo. Lotta al dumping salariale perpetrato dal ricorso a CCNL poveri e poco tutelanti.
● Il rinnovo dei CCNL scaduti o in scadenza con l’adeguamento delle paghe in base all’attuale costo della vita e parametrati all’inflazione in corso.
● Criteri equi e trasparenti nell’attribuzione dei fondi ministeriali a teatri, fondazioni ed enti artistici con adeguamento delle risorse al codice Istat e ai rinnovi contrattuali.
3. Rispetto della salute psicofisica
La salute psicofisica è un diritto imprescindibile che viene messo a rischio da condizioni lavorative vessatorie, mancanza di tutele e controlli, precarietà, competizione, disuguaglianze di genere, isolamento e ricattabilità. Costruire ambienti di lavoro sani e tutelati – che siano fisici o meno – a partire dalle indicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori è un obiettivo inderogabile.
Per questo vogliamo:
● Sicurezza nei cantieri e in tutti i luoghi di lavoro e della formazione, obbligando la committenza ad assumersi la responsabilità di lavoratori e lavoratrici, anche in appalto.
● Percorsi formativi reali, controlli, protocolli di prevenzione e distribuzione dei dispositivi di protezione individuale e costante misurazione dello stress da lavoro correlato.
● Eliminazione di qualsiasi forma di discriminazione, molestia e violenza nei luoghi di lavoro e di formazione.
● Attivazione di sportelli psicologici e di ascolto per monitorare situazioni di mobbing, burnout ecc.
4. Welfare universale
Per troppi anni il comparto della cultura è stato un laboratorio di flessibilizzazione, precarietà e sfruttamento, sperimentando modelli di erosione salariale e dei diritti. L’attuale governo, avendo intrapreso misure regressive come la cancellazione del reddito di cittadinanza, la limitazione della NASPI e il varo di una misura inefficace come l’indennità di discontinuità per lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, ha peggiorato questo scenario già compromesso.
Noi vogliamo rovesciare questa situazione, perché la precarietà è un fenomeno multiforme, strettamente legato ai bassi salari, alla ricattabilità e all’assenza di diritti.
Riteniamo sia necessario tenere insieme l’aumento dei salari, la stabilizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori e l’inserimento di misure universali di welfare, che possono diventare una sperimentazione virtuosa ed estendibile a tutti i settori precari del mondo del lavoro e quei comparti caratterizzati da intermittenza lavorativa.
L’instabilità deve essere compensata da misure di sostegno al reddito che rendano la vita delle lavoratrici e dei lavoratori meno imprevedibile e che permettano loro di pianificare il futuro. Occorre:
● Istituire misure efficaci, costanti di sostegno al reddito per tutti i lavoratori e lavoratrici precari e quei comparti caratterizzati da intermittenza lavorativa, nella prospettiva di un reddito universale di base;
● Estendere e rendere universale l’indennità di genitorialità;
● Garantire l’accesso all’indennità di malattia/infortunio, per tutti e per tutte;
● Assicurare una pensione di sopravvivenza a tutte e tutti, agevolando il ricongiungimento dei contributi versati in casse diverse a causa dell’eterogeneità contrattuale.
Senza un’attenzione alla continuità di reddito non c’è giustizia sociale e non c’è crescita per l’intero Paese.
5. Contro l’economia del riarmo e l’art-washing nelle istituzioni culturali
L’aumento degli investimenti pubblici destinati alla spesa militare procede infatti di pari passo con la compressione di salari, diritti e risorse destinate ai servizi pubblici, alla cultura, all’istruzione e al welfare.
In questo quadro ci troviamo di fronte a una ennesima operazione di art washing, che presenta come accettabili politiche di militarizzazione e colonizzazione attraverso il linguaggio dell’arte e della neutralità istituzionale.
Per queste ragioni riteniamo necessario:
● contrastare l’utilizzo delle istituzioni culturali come strumenti di normalizzazione di politiche di guerra, colonizzazione e occupazione;
● rifiutare le pratiche di art-washing che utilizzano il linguaggio dell’arte per legittimare violazioni del diritto internazionale;
● difendere il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori della cultura a esprimere dissenso e a mobilitarsi contro l’economia della guerra.
Tramite lo strumento dello sciopero vogliamo affermare la dignità del lavoro culturale, contro l’economia del riarmo. Torniamo a riempire le strade e a scioperare. Per la dignità. Contro ogni sfruttamento.
Mi Riconosci?
ANGA – Art Not Genocide Alliance
Biennalocene
Campo Innocente
CLAP – Camere del Lavoro Autonomo e Precario
Vogliamo tutt’altro_ assemblea lavorat_ della cultura
Galassia
AWI – Art Workers Italia
Rete della Conoscenza
ADL Cobas
AIEM – Associazione Italiana Educatori Museali
Arci APS
ADI
Strade – traduttrici e traduttori editoriali
Redacta
USI/CT&S